La stessa luce, un milione di cose diverse, la nostra sola e unica certezza.
L’autunno su Varese, quando il sole filtra tra gli alberi per metà dorati, è uno spartito suonato al pianoforte in un pomeriggio quieto di dolcezze. La vita dentro le ville silenziose non è così distante dal fruscio del gruppo che passa a tutta velocità lungo il viale di platani che quieti guardano i giorni come noi i minuti, dato che sono abituati a trascorrere secoli immobili, senza dire una parola sul mondo che cambia. Non è così distante la pace di una stagione che volge al termine rispetto al silenzio di questi parchi dove regna antico e malinconico il profumo delle siepi di bosso.
C’è un giardino recintato pieno soltanto di rose. Non c’è niente, è solo un fazzoletto di terra in cui qualcuno ha deciso di piantare rose di tutti i colori e farle arrampicare sugli archi d’acciaio come a formare un passaggio. Per un attimo sento il loro profumo intenso, carnoso, esaltato dal tiepido sole che le invade a quest’ora. Per un attimo penso che la poesia ancora ci trova, nonostante tutto, anche se a noi manca terribilmente la carta sulla quale chinarci a scriverla.

Lentamente, gustando le ore, amando i giorni.



Così la gara si rimescola di chilometro in chilometro, chi attacca, chi rilancia, qualcuno insegue, la testa della corsa cambia più volte, una caduta sotto i miei occhi mi scuote, il braccio di Henrique Bravo che si appoggia alla transenna, tremante più per lo spavento che per il dolore, quella paura terribile di farsi troppo troppo male e di non rialzarsi più. Siamo in bilico e il ciclismo lo sa; teniamo attaccati tutti i pezzi in attesa dell’incastro finale e anche questo lui lo sa.
Il sole scompare, i palazzi di Piazza Monte Grappa sono ancora più grigi anche se i pavimenti restano a colori, resterebbero così anche nelle giornate più nere, così come i momenti che continuano a viaggiare in technicolor nella nostra mente, a volte sono spade a volte sono carezze, veloci e intensi come una volata che poi ti lascia senza respiro. Gli altri non si accorgono ma noi sì. 

Restiamo a guardare impotenti, senza poter fermare un secondo l’Universo per chiedergli spiegazioni più chiare.

Arrivo a casa e mi accorgo di un rigonfiamento sulla tibia: è il segno di una tacchetta in ferro che ho preso in pieno sulla gamba, all’arrivo. Poche volte mi succedono queste cose, l’ultima è stato anni fa, a Piazza del Campo. Forse quando le parole non sono più abbastanza, allora arrivano i fatti.
Penso al giardino di rose nell’oscurità della notte. Percepiamo il profumo senza ancora poterci entrare ma sappiamo che esiste un luogo lontano dal resto del mondo dove sentirci al sicuro. Avremo sia la penna che la carta sulla quale scrivere una lunga storia da consegnare agli alberi di questo autunno di pace.
E persino loro diranno che i giorni erano sembrati secoli. 

Ma che aspettare è valsa la pena.

Nella cultura persiana, i giardini simboleggiavano il paradiso terrestre e le rose che vi crescevano rappresentavano la luce e l’amore. Nei monasteri medievali, erano un luogo sicuro e protetto di pace, un rifugio dal mondo esterno.
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Posted by:Miriam

Sono nata in Brianza in una calda notte di luglio. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013, "La menta e il fiume" nel 2015 e "Come un rock" nel 2019. Mi piacciono i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

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